GAGLIANO DEL CAPO, PNRR: SE I SOLDI PER I DISABILI FINISCONO IN MATTONI E STIPENDI.

Feb 04, 2026


C’è un momento preciso in cui le grandi opportunità si trasformano in beffe. A Gagliano del Capo quel momento è arrivato con i fondi del PNRR destinati ai "Percorsi per le persone con disabilità". Sulla carta, una pioggia di milioni per abbattere barriere e costruire autonomia; nella realtà, un gioco di prestigio burocratico dove a vincere sono sempre gli stessi, tranne i diretti interessati.

Abbiamo capito il vostro gioco. È la strategia del "cemento facile", quello che si ferma all'opera muraria perché un muro è visibile, si inaugura con una fascia tricolore e, soprattutto, si rendiconta senza troppi mal di testa. Ma l'inclusione non è un sacco di malta. Una rampa o un ascensore, senza servizi di assistenza reali, sono solo monumenti all'ipocrisia: scatole vuote che lasciano chi vive la disabilità esattamente dove era prima, ma con il danno di sentirsi usato come pretesto per sbloccare un finanziamento.

Questa gestione appare come una complicità ben orchestrata che parte dall'Ambito Territoriale, nella figura del Dott. Emiliano Cazzato, e trova sponda immediata negli uffici dei Servizi Sociali, guidati dalla Dott.ssa Dalila Urso e da MariaRosa Tasco. Una filiera amministrativa che sembra aver teso i fili di un sistema più attento a soddisfare gli interessi dell'ente attuatore e delle maestranze che alle reali necessità dei cittadini.

Una complicità che stride violentemente con la realtà di chi, come me, è stato costretto per sei lunghi anni a vivere in un convento, privato persino della dignità di una cucina. Mentre la Dott.ssa Urso, MariaRosa Tasco e il Dott. Cazzato gestivano i flussi del PNRR, la mia vita restava congelata in un’emergenza infinita che nessuno ha voluto risolvere. È paradossale: si finanziano 'percorsi' e 'maestranze', ma si lascia un cittadino per oltre duemila giorni senza i requisiti minimi di un’abitazione civile. Questo non è errore amministrativo; è un fallimento umano coordinato a tavolino.

So bene che scrivere questi nomi — Emiliano Cazzato, Dalila Urso, MariaRosa Tasco — ed evidenziare la loro complicità ben orchestrata solleverà un polverone. Ma so anche un'altra cosa: non avranno il coraggio di querelarmi.

La querela richiederebbe un coraggio che la loro burocrazia non possiede, perché porterebbe la discussione in un'aula di tribunale, dove i fatti contano più delle scartoffie dell'Ambito Territoriale. Querelarmi significherebbe spiegare a un giudice come sia possibile che, mentre si distribuiscono fondi PNRR a cooperative e operatori, un cittadino possa essere lasciato per sei anni in un convento senza cucina. Significherebbe dover giustificare perché i 'percorsi d'inclusione' siano diventati solo stipendi per le maestranze e fumo per chi ha bisogno.

Il loro silenzio non sarà diplomazia, sarà deficit di coraggio. È il silenzio di chi sa di essere in difetto, di chi ha trasformato il diritto in favore e la dignità in una voce di bilancio. Io sono qui, con i fatti in mano e sei anni di vita negata sulle spalle. Se pensate che io stia mentendo, querelatemi. Se non lo fate, avete appena firmato la vostra confessione.

Il sospetto, che diventa certezza osservando i fatti, è che il progetto sia stato cucito addosso alle esigenze dei gestori. Abbiamo visto passare sotto il naso percorsi di formazione fittizi, scatole cinesi di ore teoriche che servono esclusivamente a tenere in piedi lo "stipendificio" degli operatori. Mentre la cooperativa incassa e lo stipendiato compila il registro, la persona con disabilità viene trascinata in percorsi che non portano a nessun lavoro e a nessuna integrazione. È una giostra che gira a vuoto, pagata con i soldi dell'Europa, utile solo a oliare i soliti ingranaggi locali.

Ma l'errore più grave è la scelta deliberata di ignorare il passato. L'amministrazione, con l'avallo tecnico degli uffici competenti, ha preferito voltare le spalle alle situazioni pregresse e alle battaglie di chi conosce i veri buchi neri dei servizi locali. Hanno preferito un progetto "standard" , buono per tutte le stagioni e per tutte le tasche degli attuatori , piuttosto che il Progetto Individualizzato che la legge imporrebbe.

Sia chiaro: non siamo spettatori distratti. Documentare il danno subito non è solo un atto di difesa personale, è un dovere civile. Il PNRR non doveva essere il bancomat per le cooperative; doveva essere ossigeno per chi ne ha bisogno. Se il risultato è solo una mano di vernice su una vecchia mentalità clientelare, il fallimento non è solo amministrativo, è morale.

Aspettiamo risposte, non rassicurazioni. Perché ormai il meccanismo è scoperto. E non resteremo a guardare mentre trasformate i nostri diritti in una partita di giro contabile.